Al TeatroBasilica il 15 e 16 maggio 2026 alle ore 21.00 andrà in scena LA DISFATTA – GLI ULTIMI GIORNI NEL BUNKER di Gianni Guardigli, diretto e interpretato da Riccardo Leonelli; musiche a cura di Francesco Pepicelli
La disfatta si sviluppa all’interno di un bunker tedesco, non sappiamo quanti giorni dopo la morte del tiranno. Un intenso monologo-dialogo tra Fritz, il postino di Hitler, e degli interlocutori immaginari che si ammassano di volta in volta nella psiche lacerata e instabile del protagonista. La scena è disseminata di oggetti e simboli che richiamano il bunker e con cui Fritz si rapporta, nell’illusione di ricreare una quotidianità di azioni e gesti che, invece, stonano terribilmente con il suo delirio. Se da un lato ci risulta impensabile giustificare un Fritz qualunque, certamente colluso e responsabile delle atrocità compiute dal Nazismo, dall’altro non possiamo non lasciare aperto uno spiraglio di umanità di fronte a una delle tante comparse di quella che è stata, forse, la più grande “disfatta” della storia del Novecento.
Note di Gianni Guardigli
Il 30 aprile 1945 a Berlino, asserragliato nel bunker costruito sotto il palazzo della Cancelleria, Adolf Hitler si suicida insieme ad Eva Braun appena sposata. Poco dopo Joseph Goebbels, ministro della propaganda e gauleiter della Capitale, insieme alla moglie Magda avvelena i suoi bambini e con lei anch’egli si toglie la vita.
Pochi epiloghi di foschi periodi della storia hanno tanto somigliato alla rappresentazione teatrale di una tragedia, immaginata e addirittura in qualche modo provata per giungere all’immagine scenica voluta. La materia del racconto, benché calata nei fatti veri della storia, mi ha riportato alla crudeltà e alla violenza del dramma elisabettiano. Ma il dramma non è rappresentato, è raccontato, rivissuto, puntigliosamente rievocato da una mente che è rimasta chiusa nella prigione di una follia lucida che le suggerisce parole quasi “indicibili”.
Il mio Fritz, il personaggio da me inventato per dar voce a questa quasi inspiegabile follia che riassume l’abbaglio di un intero popolo comincia a parlare osservando il mucchietto di terra che indica il luogo dove “tutto è avvenuto”, dove “la tragedia si è consumata”. Fritz pensa che il nazismo non sarebbe dovuto durare dodici anni, ma mille, vive nella convinzione che una grande occasione sia andata perduta e tenta di spiegare il perché, ma inciampa in interminabili sillabe che si contraddicono e diventano un balbettìo quasi musicale e funereo.
Nella mente di Fritz regna un irreale deserto del senso ed ogni suo movimento del pensiero è dominato da un ipotetico “se ci avevano ordinato questo, una ragione ci sarà stata” oppure “a noi piccoli, a noi deboli non è e non era permesso di addentrarci nelle immense e irraggiungibili ragioni della storia”. Forse questi sono i meccanismi che ancora guidano le ideologie che si ispirano alla filosofia nazista e che forniscono carne e sangue agli attuali movimenti neonazi che sempre più pericolosamente camminano nelle strade dell’Europa di oggi con nomi spesso contrastanti con le immagini evocate dai loro stessi proclami.
Qualche sprazzo di assurda poesia si affaccia nel monologare di Fritz e diventa canto, una paurosa preghiera al contrario che ci ammonisce e ci tiene ben svegli a vigilare perché non si passi il limite.
Per tenere la follia sotto controllo. Perché la follia resti tale e non si nasconda sotto un costume di mendace innocuità.
Note di regia di Riccardo Leonelli
Ogni riferimento alla Palestina è fortemente voluto. La disfatta non è un semplice monologo. È l’urlo folle, disperato, distonico di un uomo comune ritrovatosi a servire un regime – per scelta o per necessità non ci è dato saperlo – capace di condurre milioni di persone a una mostruosa perdita di giudizio, attraverso una seduzione di gloria. Il tema è tristemente contemporaneo e lo spettacolo denuncia “tutte” le stragi e “tutti” i genocidi compiuti in nome di una presunta superiorità etica, genetica o religiosa. Non esiste un popolo eletto. Né allora né oggi. Poiché Dio ama ciascuno indistintamente. Siamo in un bunker, forse proprio quello del Fuehrer, non sappiamo quanti giorni dopo la caduta del tiranno. La performance è un intenso monologo-dialogo tra Fritz – immaginario postino di Hitler – e degli interlocutori che si ammassano di volta in volta nella sua psiche lacerata e instabile. Voci, volti e macerie si fanno sempre più presenti man mano che lo spettacolo si sviluppa, in un crescendo di follia che non lascia spazio alla luce. L’oscurità del bunker rispecchia la notte oscura di un uomo-simbolo di un’umanità che ha perso la strada per inseguire spettri di potere, che ha smarrito ogni senso di civiltà convinta di poterne forgiare una nuova, ma intrisa di orrore. La scena è disseminata di oggetti e simboli che richiamano il bunker e con cui Fritz si rapporta nell’illusione di ricreare una quotidianità di azioni e gesti che, invece, stonano terribilmente con il suo delirio, in cui egli è vittima e carnefice allo stesso tempo. Infatti, se da un lato ci risulta impensabile giustificare un Fritz qualunque, certamente colluso e responsabile delle atrocità compiute dal Nazismo, dall’altro non possiamo chiudere ogni spiraglio di umanità di fronte a una delle tante comparse di quella che è stata, forse, la più grande “disfatta” della storia del Novecento.
Link al trailer: https://www.youtube.com/watch?v=Mx0kf1R_tMM

