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MIN EL DJAZAÏR in scena il 17 marzo al Nuovo Teatro Ateneo

Min el Djazair

Un lavoro di teatro di figura che intreccia memoria privata e storia collettiva, raccontando , tra ombre, proiezioni e musica dal vivo, l’esilio degli ebrei algerini negli anni della guerra d’Algeria

Il Nuovo Teatro Ateneo prosegue la stagione 2025/2026 con uno sguardo rivolto al teatro di figura.  Sarà in scena il 17 marzo alle 20,30, la Compagnia Hékau (Francia/Algeria) con lo spettcolo MIN EL DJAZAÏR.

Algeri, inizio degli anni Cinquanta: Babeth e Simone sono due sorelle di una famiglia di mercanti di tessuti da cinque generazioni. Le loro giornate scorrono tranquille, ma quando iniziano ad affrontare le responsabilità dell’età adulta, il mondo attorno a loro è destinato a cambiare per sempre. Ebree per nascita ma di nazionalità francese e algerine per tradizione e cultura, fanno parte di una comunità originaria destinata a frantumarsi e scomparire per colpa della guerra che si abbatterà su di loro.

Per costruire Min el Djazaïr – che significa “Dopo l’Algeria” – Nicole Ayach, responsabile della compagnia Hékau, si è associata a Sarah Melloul, autrice, drammaturga e specializzata nella storia del Nord Africa. Le autrici si sono ispirate a testi d’archivio e ai ricordi dei loro nonni per raccontare un episodio spesso dimenticato della storia collettiva: la partenza forzata degli ebrei algerini. I documenti storici raccolti ci permettono di navigare tra passato e presente tra proiezioni, canzoni d’epoca, ombre e figure.  Immagini fragili supportate dalla potenza emotiva dei brani musicali arabi ed ebraici eseguite in diretta. Un racconto d’esilio che ci tocca tutti.

Spettacolo in lingua originale con sopratitoli

Tra marzo e maggio il cartellone si dispiega come una geografia teatrale del mondo, attraversando lingue, memorie e tradizioni sceniche.  Il 24 marzo Kohlhaas restituisce la forza epica della narrazione di Marco Baliani, rilettura personale del racconto di Heinrich von Kleist sulla giustizia e il suo limite umano. Il 27 marzo la danza di Jiddu di Marco Berrettini trasforma una vicenda grottesca di appropriazione culturale in una riflessione ironica e inquieta sull’identità. Il 31 marzo Uproar, nato dalla collaborazione tra Carolina Rieckhof e Moyra Silva, esplora movimento e suono a partire dai saperi ancestrali peruviani e dalla memoria delle proteste represse. Il 12 aprile Mi madre y el dinero di Anacarsis Ramos intreccia autobiografia e documento per raccontare sessant’anni di lavoro precario nello stato messicano di Campeche. Il 7 maggio la grande attrice-danzatrice indiana Kapila Venu porta in prima italiana Parvati Viraham, raffinata rilettura femminile della tradizione del Nāṅgīār Kūthu. Il 13 maggio Il figlio della tempesta di Armando Punzo e Andrea Salvadori rievoca trent’anni della Compagnia della Fortezza, intrecciando parole, suono e immagini nate nell’esperienza unica del carcere di Volterra. Chiude il 17 maggio L’ombra lunga di Alois Brunner del drammaturgo siriano Mudar Alhaggi, un’indagine teatrale vertiginosa in cui la storia europea e quella mediorientale si riflettono nell’esperienza dell’esilio e della memoria politica.